
Una nostra brillante collega, dopo averne dedicata una all’onorevole Cicciolina, per restare al tema delle interviste esplosive ai divi del Parlamento, ha interrogato il senatore Maciste. L’intervista, rilasciata dal posto fisso assegnatogli in piazza Navona, dove Ulisse Maciste è uso sostare con un colombo in testa, andrebbe sottoposta al test etilometrico. Tanto sono euforizzanti le considerazioni fatte da Maciste. Nel corso di questa chiacchierata, come dire?, al vermouth, Frate Cipolla non perde il vizio per il quale Boccaccio lo ha reso famoso nel Decamerone: quello di gabellare il prossimo. Come Frate Cipolla, che spacciava ai contadini le penne di gallina per quelle dell’Arcangelo Gabriele, Frate Maciste spaccia la sua verità sulla sanità regionale come se lui, fino a qualche ora fa, fosse stato assessore al ramo (e al tronco) non del Molise ma, chessò?, del Piemonte o del Friuli Venezia Giulia. “La partita è aperta e si giocherà in aula, in Consiglio regionale”, dice con linguaggio atletico, da massaggiatore; e poi, ancora, chiosa con un perentorio: “Possiamo farcela!”, questa volta parlando come Edmondo Fabbri nei cinque minuti finali di Italia-Corea. Ma non è finita. Quest’uomo, nato prima che inventassero il pudore, aggiunge: “Roma ci ha imposto tre passaggi: la creazione di un nucleo di controllo delle strutture private, le ristrutturazione della rete ospedaliera e il Piano sanitario. I primi due sono già risolti”. Come dire: abbiamo termosifoni e lampadari ma ci manca la casa. O meglio, tornando alla prima delle interviste: abbiamo guepiere e longuette ma ci manca il sofà.
Corrado Sala
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