lunedì 1 dicembre 2008

Gianmaciste Vitacomo


Quando lo stavano costruendo, a casa di Girolamo La Penna, l’idea del Padreterno, che si sa prevede il futuro, era di chiamare il democristiano Gianfranco Vitagliano Attila, Barabba o Mortimer, già sapendo che avrebbe fatto, nella vita, il pitbull. Ma La Penna, che all’epoca contava più del Padreterno, e vedeva ancora più lontano, non fu d’accordo e propose invece il nome di Gianmaciste. Sapeva, La Penna, che un giorno ancor lontano a venire, Vitagliano e Maciste si sarebbero uniti per l’eternità. Come nella Bibbia: “i due lasciarono il padre e la madre e divennero una cosa sola”. Sempre in quel tempo, a Carovilli, dove invece i proconsoli di Bettino Craxi costruivano il socialista e futuro senatore Maciste, l’idea era quella di dargli, per cognome, quello di Casadei o Cinzano, essendo indecisi, in via del Corso, se affidargli il ruolo di balera o quello di vermouth. Alla fine anche Craxi, che contava e vedeva più del Padreterno e di La Penna messi insieme, prese una terza decisione. Di cognome, quest’uomo, avrebbe fatto Vitacomo, tanto quei due che fingevano di litigare il giorno avrebbero fatto, come i ladri di Pisa, pace la notte. Affratellatisi, i due, si son detti: “S’affrittella un ovino?”, e l’omelette, come dire?, volevano cuocerla all’olio santo per mandare all’altro mondo Nuovo Molise. Gainmaciste Vitacomo, creatura quasi pirandelliana (ricordate Vitangelo Moscarda?), invoca il fuoco dell’inferno per “cocere” la nostra redazione. Gianmaciste fa la faccia feroce, ma è un Grisù loffio: sputa “foho dipinto”, come disse Pinocchio del camino di Geppetto. Fuoco finto. Come loro. Anzi, come lui: Gianmaciste Vitacomo, Grisù della Termoli-Carovilli.

Corrado Sala

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